drammatica migrazione dall’Italia verso la Scandinavia … e se tra non molto si realizzasse davvero?

Rifugiati climatici, non è soltanto un romanzo

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di Telmo Pievani

Nel suo ultimo bel libro Bruno Arpaia immagina una drammatica migrazione dall’Italia verso la Scandinavia, dovuta all’impazzimento del clima nell’ultimo quarto di questo secolo. Lo scenario e le sue fonti hanno generato un interessante dibattito con gli esperti sull’entità e sui tempi di manifestazione degli effetti del riscaldamento climatico.

Quando un problema è grande, grande come il nostro pianeta intero, si fa fatica ad affrontarlo, a prenderlo sul serio, finché all’improvviso non si manifesta. Ma quando ciò accade, la sua manifestazione è così grande, appunto, che già non c’è più niente da fare, bisogna soltanto scappare. L’ultimo appassionante romanzo di Bruno Arpaia[1] è dedicato all’impossibilità della lungimiranza, e alla speranza nonostante tutto. E’ ambientato in un futuro non troppo lontano, e dunque sufficientemente realistico, negli anni che saranno dei nostri nipoti, cioè l’ultimo quarto del XXI secolo in cui ci stiamo inoltrando. Per la precisione, è un futuro non abbastanza prossimo per fare previsioni scientificamente precise, e non abbastanza remoto per darsi alla fantascienza. Se ne sta in una dimensione temporale di mezzo, nella dimensione della possibilità.

Il problema troppo grande di cui sopra è il riscaldamento climatico, e nella finzione narrativa il peggio è già arrivato. L’Europa mediterranea è diventata invivibile e una colonna di migliaia di disperati si mette in cammino verso nord, guidata da un manipolo di guardiane armate, al soldo di una società privata che promette il miraggio di salvezze scandinave. Il mare ha sommerso la pianura padana e le città abbandonate bruciano in mano ai predoni. Dalla Lombardia trasformata in deserto, senza più laghi né fiumi, il serpentone dei nuovi migranti attraversa a fatica il confine svizzero (non prima di aver pagato salato pedaggio), scorge le residue comunità di sopravvissuti in cime alle montagne protette da milizie armate fino ai denti, si infila nello stretto corridoio umanitario che porta al deserto della Germania centrale. Tra stenti e assalti di bande assassine, l’obiettivo agognato è arrivare sulle rive del Baltico dove si torna a scorgere qualche tenue indizio di vita vegetale e animale, e fa persino capolino la pioggia…

Il protagonista è Livio Delmastro, un neuroscienziato italiano di vaglia emigrato a Stanford nel 2038, ecologista ancorché disilluso, costretto con la famiglia a rientrare a Napoli nel pieno della carriera a causa delle discriminazioni crescenti subite in suolo statunitense nel 2056. Livio studia le modalità con cui il cervello ricostruisce e talvolta ricrea a modo suo la realtà, quel “qualcosa, là fuori” (il titolo del romanzo è un omaggio al compianto storico della scienza Enrico Bellone e al suo omonimo libro[2]) che viene necessariamente filtrato e interpretato dai nostri neuroni, al punto da farci sospettare che il tempo che scorre, lo spazio tridimensionale, l’io personale, i ricordi e il mondo con i suoi colori e sapori siano soltanto illusioni narrative frutto dell’evoluzione del cervello.

E invece quel qualcosa là fuori si rivelerà a Livio in tutta la sua rocciosa e cocciuta esistenza reale. Nell’alternanza dei flashback narrativi che interrompono lo scorrere del presente post-apocalittico alla Cormac McCarthy, Arpaia racconta di come si era arrivati fino a quel punto di non ritorno, attraverso le vicende di Livio e di sua moglie Leila, figlia di rifugiati siriani, anch’ella scienziata a Stanford, fisica di grandi speranze. Dal 2015 in poi altre conferenze sul clima si erano succedute, tra speranze malriposte e fallimenti. Tutti a parole si professavano ambientalisti, e nessuno lo era per davvero. L’acqua (quella reale) diventava un bene sempre più prezioso e combattuto. Nessun politico aveva avuto il coraggio di prendere decisioni impopolari e costose, per timore di perdere le elezioni successive, in attesa che fossero sempre gli altri a fare la prima mossa. In assenza di veri statisti, le nazioni erano andate in ordine sparso difendendo i propri egoistici interessi energetici e geopolitici. Nel frattempo l’acqua (quella metaforica) in cui era immersa la rana dell’umanità era andata scaldandosi lentamente, così lentamente che alla fine la rana si era ritrovata bollita senza accorgersene.

Fu così che le peggiori previsioni si avverarono con rapidità crescente. I paesi poveri furono i più colpiti, riversando maree di profughi ambientali su tutti gli altri. Tra eventi meteorologici sempre più estremi e conflitti sociali deflagrati, gli stati delle fasce equatoriali e tropicali saltarono uno dopo l’altro. L’impatto sociale sull’Europa meridionale, già economicamente piegata dal clima inclemente, fu sempre più incontrollabile, finché l’Unione Europea non andò in frantumi. I paesi nordici crearono l’Unione europea del Nord, abbandonando quelli del sud al loro destino di anarchia, guerra civile, carestie e desertificazione. Improbabili esperimenti di ingegneria climatica peggiorarono ulteriormente la situazione. Era troppo tardi per intervenire. I paesi rimasti in piedi, i più vicini ai poli, si militarizzarono sempre di più e le paure millenariste rinfocolarono ogni sorta di fondamentalismo religioso xenofobo, al punto che venne eletto come Presidente degli Stati Uniti (nel frattempo anch’essi quasi del tutto evacuati) un predicatore integralista. Un incubo perfetto (anche se sul profilo di chi potrebbe diventare Presidente degli Stati Uniti già adesso non ci stupiamo più di nulla). Per sapere il resto, tocca leggere il libro.

Fatto insolito e interessante, il romanzo è stato recensito sul più autorevole sito italiano dedicato ai cambiamenti climatici (www.climalteranti.it)[3]. Pur apprezzandone le doti letterarie, gli esperti hanno criticato Arpaia perché nella finzione narrativa e poi nell’Avvertenza finale l’autore sposa la tesi secondo cui il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico dell’ONU (IPCC) e l’agenzia europea per l’ambiente starebbero sottovalutando la gravità della situazione, non considerando le interferenze moltiplicative tra i fattori di rischio e proponendo misure di contenimento insufficienti (e per giunta comunque disattese dai più). Minimizzando i reali rischi che stiamo correndo, le agenzie internazionali starebbero fornendo un alibi per l’inazione della politica. L’ipotesi alquanto preoccupante, ventilata da alcuni scienziati più radicali in questi anni e adottata dal romanziere, è che gli effetti già presenti del riscaldamento climatico (innalzamento dei mari, scioglimento del permafrost con liberazione di gas serra, acidificazione degli oceani, versamento massiccio di acqua dolce dalle calotte polari, riduzione dell’albedo, e così via) inizino a un certo punto a interagire fra di loro moltiplicandosi a vicenda e accelerando il processo in pochi decenni. Si tratta di una dinamica di effetti di retroazione combinati che può scatenare un cambiamento critico, rapido e complessivo, impossibile da controllare una volta superata una certa soglia poiché si auto-alimenta come una valanga. Questo scenario di “criticità autorganizzata” è previsto in astratto dai modelli dei sistemi complessi e non lineari, ma non è detto che si verifichi in questo caso perché nei sistemi altamente complessi esistono altrettanto potenti inerzie e meccanismi di auto-regolazione e di omeostasi. Soprattutto, non è dato sapere quando e con che ritmi possa mai innescarsi.

Inoltre, fanno notare su Climalteranti, le previsioni più pessimistiche di un innalzamento della temperatura già a fine secolo intorno ai sei gradi, con i mari sollevati di dodici metri e gli oceani irreversibilmente acidificati, non sono suffragate da dati scientifici fondati e non compaiono nemmeno negli scenari peggiori contemplati dalla letteratura scientifica accreditata. Secondo i calcoli, aumenti di quelle entità sono possibili, se non riduciamo le emissioni climalteranti, in due o tre secoli. L’ambiguità nasce forse dal fatto che l’accusa di sottostima del rischio compare non soltanto nel romanzo, dove ovviamente è protetta dalla licenza poetica dell’autore e dalla finzione narrativa, ma anche nell’Avvertenza finale dove si citano come fonti alcuni scienziati. Ma se Arpaia avesse ambientato la sua storia tra due secoli, anziché a fine XXI secolo, avrebbe centrato anche una parte dei modelli scientifici più accreditati (quelli più pessimistici), il che non è molto consolante. Ciò che conta infatti è ricordare che anche un aumento del livello dei mari di un metro a fine secolo sarà un grande problema (soprattutto nell’area pacifica, ma non solo), e questo è previsto dai modelli correnti.

Al di là del grado specifico di attendibilità degli scenari immaginati, a riprova dell’utilità dell’esercizio di consapevolezza culturale proposto da Arpaia è giunta la notizia che il Dipartimento della Difesa statunitense considera ora ufficialmente il riscaldamento climatico, per il periodo 2015-2018, un “acceleratore di instabilità” e un “moltiplicatore di minacce” (perché produce disastri, crea instabilità e aggrava i conflitti), tanto da richiedere misure concrete di contenimento in diverse aree del mondo (soprattutto in Africa, Asia e Artico), ovviamente per tutelare gli interessi statunitensi[4]. La necessità di contrastare e di adattarsi ai cambiamenti climatici in corso è data ormai per scontata, anche se la parte più conservatrice del mondo repubblicano continua a negarne persino l’esistenza. Nel 2015 le analisi della rivista PNAS hanno confermato che il riscaldamento climatico, rendendo inusitatamente lunga e grave una siccità regionale, ha avuto il ruolo di concausa nell’inizio della guerra civile siriana[5].

Due dettagli della pregevole narrazione di Arpaia valgono da soli la lettura. Nella colonna dei migranti ambientali partita dall’Italia, con la morte per dissenteria e disidratazione sempre dietro l’angolo, si fa quanto possibile per mantenere nonostante tutto un barlume di umanità. Livio finché gli reggono le gambe tiene lezioni serali ai bambini, sudati, impolverati, stanchi ma pur sempre attenti. In molti si rifiutano di lasciar morire sul ciglio della strada i malati e i feriti. Livio si affeziona a una sua ex allieva, alla figlia di lei e ad altri compagni di viaggio. C’è qualcosa là fuori, ed è un grumo di irriducibile umanità.

Ma il punto più forte del libro è la descrizione di quanto accade sulla costa meridionale del Baltico, diventata protettorato scandinavo. Chiunque arrivi da sud è automaticamente clandestino, uno degli ultimi degli ultimi. Le ronde pattugliano le spiagge, le motovedette il mare. Quando i migranti che premono sono troppi, sparano e bombardano. In caso di cattura, per i profughi ci sono la prigione, le torture, lo sfruttamento, i lavori forzati nei campi, i respingimenti verso il nulla e la morte. A meno che non si abbia qualche soldo e un parente dall’altra parte: in tal caso si può tentare di corrompere uno scafista e provare la perigliosa traversata notturna in gommone verso la Svezia. E’ esattamente ciò che accade oggi sulla costa meridionale del Mediterraneo, dove per molti la prima “Svezia” in cui approdare si chiama Italia. In questa storia invece i migranti verso nord siamo noi, e gli svedesi proprio non ci vogliono, così il rovesciamento della prospettiva genera un catartico sentimento di immedesimazione. Al di là di quel mare livido e senza più vita, nonostante tutto, c’è un qualcosa là fuori da raccontarsi, da immaginare, da sperare.

NOTE

[1] Bruno Arpaia, Qualcosa, là fuori, Guanda, Milano, 2016. Dello stesso autore ricordiamo anche: L’energia del vuoto (Guanda, Milano, 2011), giallo intessuto tra le vicende di un gruppo di ricercatori del CERN di Ginevra.

[2] Enrico Bellone, Qualcosa, là fuori. Come il cervello crea la realtà, Codice Edizioni, Torino, 2011.

[3] http://www.climalteranti.it/tag/arpaia/

[4] Andrew Holland, “Prevenire le guerre del clima”, Le Scienze, n. 576, agosto 2016, pp. 75-79.

[5] Kelley, C.P. et al., 2015, “Climate change in the Fertile Crescent and implications of the recent Syrian drought”, PNAS, 112(11): 3241–3246.

(16 settembre 2016)

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‘fede’ e ‘dubbio’ fanno sempre a pugni?

Quel patto segreto tra fede e dubbio che ci rende umani

di Vito Mancuso

in “la Repubblica” del 17 settembre 2016

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Comunemente si ritiene che fede e dubbio siano opposti, nel senso che chi ha fede non avrebbe dubbi e chi ha dubbi non avrebbe fede. Ma non è per nulla così. L’opposto del dubbio non è la fede, è il sapere: chi infatti sa con certezza come stanno le cose non ha dubbi, e neppure, ovviamente, ha bisogno di avere fede.

Così per esempio affermava Carl Gustav Jung a proposito dell’oggetto per eccellenza su cui si ha o no fede: «Io non credo all’esistenza di Dio per fede: io so che Dio esiste» (da “Jung parla”, Adelphi, 1995). Chi invece non è giunto a un tale sapere dubita su come stiano effettivamente le cose, non solo su Dio ma anche sulle altre questioni decisive: avrà un senso questa vita, e se sì quale? La natura persegue un effettivo incremento della sua organizzazione? Quando diciamo “anima” nominiamo un fenomeno reale o solo un arcaico concetto metafisico? Il bene, la giustizia, la bellezza, esistono come qualcosa di oggettivo o sono solo provvisorie convenzioni? E dopo la morte, il viaggio continua o finisce per sempre? Dato che i più su tali questioni non hanno un sapere certo, generalmente si risponde “sì” all’insegna della fede oppure “no” all’insegna dello scetticismo, in entrambi i casi privi di sapere, al massimo con qualche indizio interpretato in un modo o nell’altro a seconda del previo orientamento assunto. Così, sia coloro che hanno fede in Dio sia coloro che non ce l’hanno, fondano il loro pensiero sul dubbio, cioè sull’impossibilità di conseguire un sapere incontrovertibile sul senso ultimo del mondo e della nostra esistenza. La fede, in altri termini, positiva o negativa che sia, per esistere ha bisogno del dubbio. La tradizionale dottrina cattolica però non la pensa così. Per essa la fede non si fonda sul dubbio ma sul sapere che scaturisce da una precisa rivelazione divina mediante cui Dio ha comunicato se stesso e una serie di ulteriori verità dette “articoli di fede”. Tale rivelazione costituisce il depositum fidei, cioè il patrimonio dottrinale custodito e trasmesso dalla Chiesa. Esso conferisce un sapere denominato dottrina che illumina quanti lo ricevono su origine, identità, destino e morale da seguire. Non solo; a partire da tale dottrina si configura anche una precisa visione del mondo: l’impresa speculativa delle Summae theologiae medievali, di cui la più nota è quella di Tommaso d’Aquino, vive di questa ambizione di possedere un sapere certo su fisica, metafisica ed etica, di essere quindi generatrice di filosofia. Tale impostazione regnò per tutto il medioevo ma venne combattuta dalla filosofia moderna e dalla rivoluzione scientifica. Il fine non era negare la fede in Dio bensì il sapere filosofico e scientifico che si riteneva discendesse da essa, per collocare la fede su un fondamento diverso, senza più la presunzione che fosse oggettivo: Kant per esempio scrive di aver dovuto «sospendere il sapere per far posto alla fede» ( Critica della ragion pura, Prefazione alla seconda edizione, 1787), mentre più di un secolo e mezzo prima Galileo aveva dichiarato che «l’intenzione dello Spirito Santo è d’insegnarci come si vada al cielo, e non come vada il cielo » (Lettera a Cristina di Lorena del 1615). Non furono per nulla atei i più grandi protagonisti della modernità, tra cui filosofi come Bruno, Cartesio, Spinoza, Lessing, Voltaire, Rousseau, Kant, Fichte, Schelling, Hegel, o scienziati come Copernico, Galileo, Keplero, Newton. Il loro obiettivo era piuttosto di ricollocare la religiosità sul suo autentico fondamento: non più un presunto sapere oggettivo, ma la soggettiva esperienza spirituale. A tale modello di fede non interessa il sapere, e quindi il potere che ne discende, ma piuttosto il sentire, e quindi l’esperienza personale. Non è più l’obbedienza a una dottrina dogmatica indiscutibile a rappresentare la sorgente della fede, ma è il sentimento di simpatia verso la vita e i viventi. In questa prospettiva, ben prima di creden- za, fede significa fiducia. Quando diciamo che una persona è “degna di fede”, cosa vogliamo dire? Quando alla fine delle nostre lettere scriviamo “in fede”, cosa vogliamo dire? Quando un uomo mette l’anello nuziale alla sua donna e quando una donna fa lo stesso con il suo uomo, cosa vogliono dirsi? C’è una dimensione di fiducia che è costitutiva delle relazioni umane e che sola spiega quei veri e propri patti d’onore che sono
l’amicizia e l’amore. Se non ci fosse, sorgerebbero solo rapporti interessati e calcolati: nulla di male, anzi tutto normale, ma anche tutto ordinario e prevedibile. Solo se c’è fiducia-fede nell’altra persona può sorgere una relazione all’insegna della gratuità, creatività, straordinarietà, e può innescarsi quella condizione che chiamiamo umanità. E la fede in Dio? Quando si ha fiducia-affidamento nella vita nel suo insieme, percepita come dotata di senso e di scopo, si compie il senso della fede in Dio (a prescindere da come poi le singole tradizioni religiose concepiscano il divino). Nessuno veramente sa cosa nomina quando dice Dio, ma credere nell’esistenza di una realtà più originaria, da cui il mondo proviene e verso cui va, significa sentire che la vita ha una direzione, un senso di marcia, un traguardo. Credere in Dio significa quindi dire sì alla vita e alla sua ragionevolezza: significa credere che la vita proviene dal bene e procede verso il bene, e che per questo agire bene è la modalità migliore di vivere. Ma questa convinzione è razionalmente fondabile? No. Basta considerare la vita in tutti i suoi aspetti per scorgere di frequente l’ombra della negazione, con la conseguenza che la mente è inevitabilmente consegnata al dubbio. In tutte le lingue di origine latina, come anche in greco e in tedesco, il termine dubbio ha come radice “due”. Dubbio quindi è essere al bivio, altro termine che rimanda al due: è vedere due sentieri senza sapere quale scegliere, consapevoli però che non ci si può fermare né tornare indietro, ma che si è posti di fronte al dilemma della scelta. Ha affermato il cardinale Carlo Maria Martini: «Io ritengo che ciascuno di noi abbia in sé un non credente e un credente, che si parlano dentro, che si interrogano a vicenda, che rimandano continuamente domande pungenti e inquietanti l’un l’altro. Il non credente che è in me inquieta il credente che è in me e viceversa» (dal discorso introduttivo alla Cattedra dei non credenti). Ragionando si trovano elementi a favore della tesi e dell’antitesi, e chi non è ideologicamente determinato è inevitabilmente consegnato alla logica del due che genera il dubbio. Il dubbio però paralizza, mentre nella vita occorre procedere e agire responsabilmente. Da qui la necessità di superare il dubbio. Il superamento però non può avvenire in base alla ragione che è all’origine del dubbio, ma in base a qualcosa di più radicale e di più vitale della ragione, cioè il sentimento che genera la fiducia che si esplicita come coraggio di esistere e di scegliere il bene e la giustizia. Ma perché alcuni avvertano in sé questo sentimento di fiducia verso la vita e altri no, rimane per me un mistero inesplicabile.

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