i rom protagonisti del proprio futuro

i Romanì

da popolo dimenticato a protagonisti del proprio futuro

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tra ricerca storica e attivismo, l’impegno della comunità romanì in Europa per farsi conoscere, al di là di stereotipi e pregiudizi, a favore dell’integrazione

“per i politici siamo una campagna elettorale; per le istituzioni e le organizzazioni pro-rom rappresentiamo una risorsa economica; la società maggioritaria non sa chi siamo. Noi Romanì sappiamo bene chi siamo ed è giunto il momento di dirlo a tutti”

di Elisa di Benedetto

RomanìLi chiamano nomadi, zingari, gitani, ma chi sono i Rom? Dove e come vivono? A risposte vaghe, pregiudizi e stereotipi è affidata l’identità di un popolo spesso dimenticato insieme ai luoghi e alle vicende legate alla sua storia. Come la deportazione di Rom e Sinti, quando almeno 500mila Rom e Sinti – la metà della popolazione romanì allora presente in Europa – furono sterminati, seviziati, imprigionati, utilizzati per esperimenti medici, nei campi di concentramento e nei rastrellamenti nazisti.

Una tragica pagina della loro storia, che rivive nella mostra “Porrajmos. Genocidio Rom e Sinti, segregazione di ieri e di oggi”, inaugurata sabato 13 febbraio a Mel, in provincia di Belluno dalla sezione ANPI “La Spasema” e dall’Isbrec per celebrare la Giornata della Memoria, e realizzata da Seo Cizmic, mediatore, artista e attivista del movimento “Na Bistar!” – Non dimenticare!”, insieme ad un gruppo di giovani rom.

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“I Rom ci sono, ma non esistono. Non vengono riconosciuti”, commentano Seo Cizmic, di RomAnticamente Network di Genova, e Graziano Halilovic, presidente dell’associazione Romà onlus di Roma e membro della rete ternYpe. “Per i politici siamo una campagna elettorale; per le istituzioni e le organizzazioni pro-rom rappresentiamo una risorsa economica; la società maggioritaria non sa chi siamo. Noi Romanì sappiamo bene chi siamo ed è giunto il momento di dirlo a tutti”.

L’esigenza di un’informazione corretta su un popolo tuttora vittima di razzismo di matrice etnica ha rafforzato l’attivismo sviluppatosi a partire dal 2008, quando la campagna d’odio che dipingeva i Rom come “mostri” ha portato la comunità a organizzarsi. Sono partiti dalla loro storia, spesso raccontata da altri e sconosciuta ai più, anche fra i Romanì. Hanno cominciato a parlare con i loro anziani del Porrajmos, la persecuzione e lo sterminio subiti da Rom e Sinti, avviando un lavoro di ricerca a cui presto si sono affiancate altre attività e iniziative di informazione e sensibilizzazione.

“In pochi sanno che abbiamo una bandiera e un nostro inno, che siamo presenti in Europa almeno sei secoli e oltre 50% dei Rom in Italia vive nelle case e conduce una vita come quella degli italiani”, raccontano i due giovani. “Altri, soprattutto quelli giunti in Italia con le ultime migrazioni, vivono nei campi, con notevoli disagi per la comunità locale e per la stessa comunità romanì”. E’ per questo che Cizmic e Halilovic, insieme ad altri attivisti in tutta Europa, lavorano per superare i pregiudizi attraverso l’impegno costante dentro e fuori la loro comunità.

“Puntiamo molto sui giovani, poiché 75% della nostra comunità ha da 0 a 22 anni. Siamo il popolo più giovane al mondo, il popolo dei bambini”, spiega Halilovic, che si reca regolarmente nei campi rom per scoraggiare i matrimoni in giovane età. “I risultati ci sono e le ragazze non si sposano più tanto presto”, conferma, ricordando anche il Progetto “casa”. “Organizziamo dei campi estivi per i bambini e ragazzi tra i 10 e i 25 anni, in vere case, perché capiscano cosa significhi vivere in una casa e diventino consapevoli dei sacrifici dell’importanza dello studio e del lavoro”.

Alla lotta ai pregiudizi si aggiunge la battaglia contro quello che Cizmic definisce Rom-business. “Oggi, tutti vogliono occuparsi dei Rom, sfruttando le politiche di inclusione sociale. Ma non bastano la casa e il lavoro per l’integrazione. Sono indispensabili il dialogo e il coinvolgimento diretto del popolo romanì e dei giovani rom. Na Bistar! è un modo per ricordare il nostro passato tragico e costruire il dialogo, ma anche una riflessione verso il futuro, per la creazione di un’identità giusta insieme ai giovani”.

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