in morte di A. Paoli l’ultimo profeta

Arturo Paoli, morto l’ultimo profeta

 era lo Schindler di Lucca: aveva 102 anni

di Ilaria Lonigro

 

Paoli A.

 

 

Da giovanissimo salvò centinaia di ebrei durante la seconda guerra mondiale (e infatti era Giusto tra le Nazioni), poi affiancò i minatori sardi negli anni Cinquanta e infine finì nelle favelas argentine, dove il regime militare mise una taglia sulla sua testa

 

Se ne va l’ultimo grande “profeta” italiano, fratello Arturo Paoli. Avrebbe compiuto 103 anni il 30 novembre. Si è spento nella notte tra domenica e lunedì nella sua abitazione di San Martino in Vignale, sulle colline di Lucca, dove negli ultimi anni riceveva decine di giovani in cerca di un consiglio o del senso della vita. Quello che lui aveva trovato camminando con gli indifesi. Prima in Italia, dove giovanissimo salvò centinaia di ebrei durante la seconda guerra mondiale (e infatti era Giusto tra le Nazioni), poi in Sardegna, al fianco dei minatori negli anni Cinquanta, quindi – “esiliato” dal Vaticano – nelle favelas argentine, fino alla condanna a morte da parte del regime militare, che lo portò a girare l’America del Sud fino al 2005, anno del ritorno in Italia.

Lo Schindler di Lucca, Giusto per Israele Nel 1937 entra in seminario a Lucca, sua città natale. Sei anni dopo diventa il principale referente lucchese della rete Delasem, la Delegazione per l’assistenza degli emigranti ebrei di Giorgio Nissim. Con l’aiuto di altre persone, nasconde i perseguitati negli edifici del vecchio seminario in via del Giardino Botanico a Lucca. “Quanti ebrei ho salvato? Non lo so, non sono stato a contarli…” risponderà negli ultimi anni della sua vita a chi gli chiederà le cifre del suo coraggio. Che sarà riconosciuto soltanto nel 2006 con la medaglia d’oro al valore civile dal presidente della Repubblica. Nel 1999 Israele gli attribuisce l’onorificenza di Giusto tra le Nazioni, che Paoli, anche se senza polemica, non ritira.

“Esiliato”, diventa Piccolo Fratello della congregazione di de Foucault Nel 1949 si trasferisce a Roma, come vice assistente nazionale della Gioventù cattolica. Le sue idee, così simili a quelle di sinistra, infastidiscono i vertici dell’organizzazione. Nel 1954 viene mandato “in esilio”, a fare da cappellano tra i migranti italiani in una nave diretta in Argentina. Una misura punitiva che però diventa la sua salvezza. Durante il viaggio, Arturo assiste un religioso della congregazione dei Piccoli fratelli in punto di morte. Il prete ne resta colpito e decide di voler entrare nella congregazione fondata da Charles de Foucault, che ordina di camminare coi poveri.

Per farlo, la tappa obbligatoria è il noviziato. Da eremita, nel deserto algerino. Arriva a El-Abiodh nell’ottobre 1954, portando con sé la fama di intellettuale che arriva da Roma. Un’aura insopportabile per il maestro dei novizi, Fratel Milad, che decide di sfidarlo. A lui e solo a lui vieta di leggere e scrivere per tutto il tempo del noviziato, 13 mesi. Una misura per capire quanto sia capace di rinunciare a se stesso. Dopo il deserto, “era morto un Arturo e ne era nato un altro”, racconterà Paoli. Solo da eremita riesce a liberarsi di quella che definirà “la terribile malattia che si chiama il non senso della vita”. “Passare dalla pazienza del nulla è un’esperienza che rende lieti tutta la vita: dopo non esistono più egoismi né cinismi” spiegherà.

Come Piccolo Fratello, deve lavorare. E non lavori qualsiasi, ma duri, umili. Nel 1957 viene mandato in Sardegna, per stare tra i minatori. Viene assunto per la manutenzione delle strade. In più scrive le lettere per gli abitanti, perlopiù analfabeti, da recapitare ai parenti emigrati in America. Ancora visto di cattivo occhio dalle gerarchie vaticane, viene invitato a lasciare l’Italia.

E’ il 1960, ha 48 anni. Non senza sofferenza, parte per l’Argentina. Raccolta del cotone, taglio della legna: Arturo fa i lavori più umili e intanto incita le donne delle favelas a emanciparsi, a rendersi indipendenti. A Buenos Aires conosce anche un giovane Bergoglio. Gli piacerà, nelle vesti di Papa. “Lui non c’entra nulla con i dittatori, non era ancora vescovo: era un sacerdote gesuita, è sempre andato nelle bidonville” avrà a dire in sua difesa durante le polemiche mediatiche sul passato di Papa Francesco. I due si vedranno di nuovo, nel 2014, il 18 gennaio, a Santa Marta, in un lungo incontro, rigorosamente privato, alla maniera dei colloqui ordinati da Foucault.

La taglia della dittatura sulla sua testa In Argentina Arturo Paoli trova molti amici e una nuova patria. Ma nel 1974 è costretto ancora a partire: la dittatura militare ha posto una taglia sulla sua testa. Le sue foto sono appese per le strade. E’ al secondo posto tra i ricercati. Ripara in Venezuela, poi in Brasile, lavorando con gli ultimi e contro i potenti, sempre secondo lo spirito della Teologia della liberazione, così a lungo condannata dalla Chiesa. Nel 1984 Joseph Ratzinger, ancora cardinale, scrive che “le teologie della liberazione procedono a un pericoloso amalgama tra il povero della Scrittura e il proletariato di Marx” (Libertatis Nuntius del 6 agosto 1984).

Nel 2005, all’età di 93 anni, abbandona dopo mezzo secolo le favelas e fa ritorno in Italia. Va a vivere lontano dalla città, in un luogo isolato, circondato dai boschi, nella casa diocesana di San Martino in Vignale, sulle colline sopra Lucca, intitolata al Beato Charles de Foucauld. Con sé, la fidata Silvia Pettiti, sua segretaria personale dal 2001 e dal 2005, che lo ha seguito durante i viaggi in Brasile e che ha firmato, tra gli altri, Arturo Paoli. Ne valeva la pena (edizioni San Paolo, 2010).

Il testamento di Arturo Paoli Non era mai stato un giorno a letto per malattia, Arturo Paoli, che, oltre al suo esempio, lascia come testamento molti libri. Demonizzava il concetto del “ce la faccio da solo” e invitava soprattutto i giovani a riscoprire i valori della lentezza e della comunità, ad abbandonare il mito dei soldi e della solitudine. Sempre calato nell’attualità, Paoli ne La rinascita dell’Italia. Messaggio ai giovani (Maria Pacini Fazzi, Ed. 2011, col contributo di Fondazione Banca del Monte di Lucca), scriveva: “Berlusconi è stato il segno più convincente che il popolo italiano si è allontanato dall’ideale di mantenere al mondo la stima di un popolo serio, lavoratore, capace di solidarietà, soprattutto di popolo maturo. Che questo vuoto sia stato colmato da un uomo che ha il merito di comprare belle ragazze per il consumo, ci dovrebbe umiliare profondamente come Italiani”. Non risparmiava accuse all’Europa, così dedita al “capitalismo” e alla “morte del prossimo”. Arturo Paoli ha inseguito un unico grande progetto: “amorizzare il mondo”. “Se riflettiamo – scriveva in Cent’anni di fraternità (Chiarelettere) – la grande e unica ricchezza della vita è l’amore”.