Lo “ius in bello” è l’insieme delle leggi che regolano il corretto svolgimento dei conflitti come se la guerra fosse una nobile arte cavalleresca che necessita solo di un arbitro. Il Tribunale penale internazionale dell’Aja, tanto invocato in questi giorni, è previsto dallo Statuto di Roma. Basta però scorrere la lista dei Paesi aderenti allo Statuto di Roma per rendersi conto che nessuno dei protagonisti della guerra in corso in Europa vi ha aderito. Né Russia, né Ucraina e nemmeno Usa. Ma il problema serio è che il compito della Corte sarebbe di perseguire i “crimini di guerra” come se la stessa guerra non fosse un crimine, un genocidio, una strage continua di civili. E facciamo bene a indignarci e ad alzare la voce contro ciò che è stato provocato a Bucha ma in questo modo passa in secondo piano che la guerra è tutta un crimine. Come si fa a condannare quelle morti e quelle torture e a tollerare i bombardamenti delle città con la morte conseguente di un numero altissimo di persone? È tollerabile solo perché ci viene mostrato come un obiettivo inquadrato nel mirino o come il crollo di un palazzo? I fatti di Bucha dovrebbero costituire una sorta di esame istologico per verificare l’estensione delle metastasi del crimine, ovvero condannare la guerra e non solo gli autori del crimine di Bucha. Non esistono crimini di guerra, la guerra è un crimine. E come tale deve essere dichiarata fuorilegge, espulsa dalla storia, non considerata tra le possibilità da praticare, ripudiata.
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assurdo criminalizzare la solidarietà
da Adista Segni Nuovi n° 27 del 22/07/2017
Numero di sbarchi in Italia nel 2017: 22.339 al 28 giugno, secondo dati ufficiali del Ministero dell’Interno. 181.436 in tutto il 2016. Sono questi i numeri dell’“invasione” in nome dei quali il nostro Paese e l’Europa stanno abdicando ai fondamenti stessi della concezione illuminista dei diritti umani, un tempo, almeno a livello teorico, specificità dell’Occidente. La mera evidenza delle cifre svela la natura strumentale della campagna martellante che da mesi alimenta la sindrome emergenziale e fa crescere intolleranza e paura. Una paura “liquida, mobile”, diffusa, che ormai permea la società e che, con le parole di Baumann, «è un ottimo capitale per tutti coloro che la vogliono utilizzare per motivi politici o economici» perché «produce uno stato mentale politicamente esplosivo», contro il quale nulla possono le analisi razionali o i richiami umanitari. Uno stato mentale che spiega la passività, anzi il drammatico consenso a misure un tempo considerate degne dell’orrore dei regimi totalitari. Un esempio per tutti: «Obbligo per le navi umanitarie di tenere le luci spente di notte», in un mare dove sicuramente ci sono centinaia di persone che rischiano di annegare. Qualcosa di irrazionale deve aver colto gli stessi vertici istituzionali, della UE e dei singoli Paesi: un incomprensibile panico “identitario” sembra attraversare il continente, che non pensa altro che a blindare tutti i suoi confini, con tutti i mezzi possibili. Se i treni piombati per migranti del governo dichiaratamente razzista di Orban un paio di anni fa ancora suscitavano scandalo, oggi a regimi sanguinari come quelli libico e turco si affida ufficialmente, attraverso corposi finanziamenti, il compito – sporco – di bloccare comunque i migranti a est e a sud. Nessuno può far finta di non sapere cosa accade nei centri di detenzione di quei Paesi. La storia condannerà senza appello l’Europa per questo, sarà come per la Shoah… Il mondo solidale cerca disperatamente di risvegliare le coscienze, ma per adesso la linea resta chiara. Le ultime decisioni disegnano un piano organico, che ha un solo scopo: fermarli, a qualunque costo. L’aumento dei morti non è una preoccupazione. E viene il dubbio che sia un obiettivo.
Inascoltati gli appelli ad aprire vie sicure che consentano ai migranti di arrivare in condizioni dignitose, difficoltà a far partire un piano ampio di accoglienza solidale e al tempo stesso razionale, orientata a un inserimento positivo e autonomo a breve/medio termine: in questo quadro l’Italia accetta – nonostante alcune apparenti divergenze – le attuali linee guida della UE, ribadite da Juncker anche dopo l’ultimo vertice – «enormi progressi», «serio impulso» alle politiche sull’immigrazione –. L’obiettivo finale è il «ricollocamento», oltre che nella stessa Libia, in Egitto, Niger, Etiopia e Sudan, Paesi ad hoc promossi “sicuri”! Ad essi e agli altri Paesi del Maghreb si affida inoltre il compito di maggiori controlli alle frontiere e si chiede di collaborare per i rimpatri dei “migranti economici”. «Aiutiamoli a casa loro», insomma. Semplicemente: non devono venire. Non possiamo accoglierli tutti. Aumentare i rischi del viaggio come deterrente.
Per la rotta del Mediterraneo, la Libia si conferma al centro della strategia di contenimento – ancora 46 milioni di Euro dalla UE e larga parte dei 35 milioni di Euro assegnati all’Italia per l’emergenza –: deve trattenere chi vuole partire o intercettare in mare e riportare indietro chi si è imbarcato. Con questi fondi, e i milioni di Euro – diverse centinaia – promessi o già dati a Erdogan si sarebbe potuta organizzare un’accoglienza degna e economicamente vantaggiosa anche per i Paesi europei. Ma non è questo che si vuole, evidentemente. Come in tutti i settori del sociale oggi, bisogna innanzi tutto affermare forte che non è vero che non ci sono fondi.
C’è un punto critico in questo disegno: le navi umanitarie delle Ong. Fanno due cose intollerabili: salvano vite (migliaia e migliaia) e soprattutto sono testimoni del comportamento delle motovedette – tra cui quelle regalate dall’Italia – della Guardia costiera libica. Scrive Amnesty International: «Gli intercettamenti della Guardia costiera libica mettono spesso a rischio le vite dei migranti e dei rifugiati. Le procedure impiegate non corrispondono agli standard minimi e possono causare attacchi di panico e capovolgimenti delle imbarcazioni con conseguenze catastrofiche. Vi sono inoltre gravi denunce di collusione tra membri della Guardia costiera libica e trafficanti nonché di maltrattamenti nei confronti dei migranti. Le motovedette libiche aprono il fuoco contro altre imbarcazioni e, secondo le Nazioni Unite, sono state “direttamente coinvolte, con l’impiego di armi da fuoco, nell’affondamento di imbarcazioni con migranti a bordo”». La campagna diffamatoria contro le Ong impegnate nei salvataggi – sotto il coordinamento della Guardia costiera italiana – ha preparato la strada a una serie di misure concrete volte a paralizzarle: arretramento dei limiti entro cui possono agire, ostacoli burocratici di ogni tipo per gli sbarchi, fino all’idea di chiudere loro i porti. Misura che violerebbe tutte le Convenzioni del mare. Del resto, la criminalizzazione della solidarietà è un tassello importante del quadro: da Lesbo a Ventimiglia, gli attivisti che danno da mangiare, aiutano ai confini, forniscono tende sono costantemente a rischio di denuncia. In Italia il Decreto Minniti offre molti strumenti anche in questa direzione. Un capitolo a parte, il più tragico: i minori non accompagnati. Soggetti fragili per eccellenza, avrebbero diritto a protezione e sostegno. Ormai è normale respingerli alle frontiere, tenerli di fatto in stato di detenzione o semplicemente abbandonarli a rischi e abusi. Solo in Italia ne “spariscono” in media una trentina al giorno.
Una deriva davvero pericolosa, che solo la solidarietà dal basso e un tenace lavoro culturale e di informazione possono tentare di contrastare.
* Foto di Irish Defence Forces tratta da Wikipedia Commons, immagine originale e licenza
la pedofilia è al 99,9 per cento dei casi solo un crimine non una malattia
pedofilia
don Di Noto
“non è una malattia ma un crimine”
La pedofilia “non è una malattia, ma un crimine”. Lo chiarisce don Fortunato Di Noto, fondatore e presidente di Meter, in una riflessione inviata al Sir. “È importante – sottolinea – non confondere la pedofilia (come malattia psichiatrica) e la capacità di intendere e volere: nel 99,9% dei casi, infatti, le condotte pedofile sono condotte lucide e quindi perseguibili penalmente”
Si tratta, perciò, di “una semplice devianza sessuale, senza influenza alcuna sulle capacità intellettive e volitive della persona, che non implica una deresponsabilizzazione penale”, nonché costituisce “una nuova forma di schiavitù che ha legami con il traffico di esseri umani, la sottrazione, la schiavitù e l’orrore dello sfruttamento sessuale del minore”. Il sacerdote rimarca il dilagare “senza sosta” di questa “realtà attuale e tragica”, “favorita dall’indifferenza di molti e da quella cultura economica che quantifica in denaro tutto ciò che è mercificabile”, “amplificata globalmente dalla pedopornografia online e sostenuta dai vari e molteplici movimenti pro-pedofili, che giustificano tale devianza sessuale ritenendola come un orientamento sessuale che la società deve accettare socialmente, politicamente, culturalmente e religiosamente”. “La rete dei trafficanti e dei pedofili – prosegue – si è ben inserita all’interno delle nostre stesse libertà”.
Don Di Noto ricorda quindi come vi sia “un binomio inscindibile” tra “pedofilia e responsabilità”, che esclude la giustificazione della malattia. “Infatti se diciamo che un pedofilo è un malato come può essere malato uno con la febbre a 38, lo rendiamo non imputabile. E se non è imputabile davanti ai tribunali – s’interroga – come possiamo fare prevenzione e poi come possiamo portare un prete pedofilo o un pedofilo davanti ad un giudice?”.