er Piotta e Elio Germano parlano di rom

Er Piotta con Elio Germano: lo sapevate che i rom…?

 

Diceva Bernard Shaw: «L’Americano bianco relega il negro al rango di lustrascarpe: e ne conclude che è capace solo di lustrare scarpe». Negli anni Cinquanta, invece, i giudici minorili svizzeri aprirono un dibattito sull’esagerato coinvolgimento dei minori italiani in procedimenti penali. Ci si chiese, allora, se non vi fosse una propensione culturale della popolazione italiana al furto. Un’idea avvalorata da molti studi europei. Quel dibattito si esaurì man mano che gli italiani immigrati in Svizzera diventavano gelatai e aprivano pizzerie, mentre la giustizia minorile doveva passare ad occuparsi dei nuovi immigrati (prima i portoghesi, poi gli jugoslavi ed infine i turchi). Prima si diceva: «Piove? Governo ladro». Ora la vulgata è: «Piove? Sono gli zingari». Ma la vulgata è, appunto, una vulgata. E pure piuttosto volgare, un po’ come quella secondo cui i rom sono tutti ladri o rubano i bambini, dimenticando per esempio la ricerca dell’Università di Verona e della Fondazione Migrantes che ha analizzato scientificamente tutti i casi dal 1986 al 2007 di rom indicati come responsabili di sparizioni di bambini e ha mostrato che in nessuno l’accusa si è poi rivelata fondata.

Il problema è che, a furia di ripeterla, la vulgata diventa vera, ingabbiandoci in una serie di barriere mentali . Lo sapevate che in Italia c’è una delle percentuali di rom più basse di tutta Europa (0,25%, pari a 180mila)? Che solo uno su cinque vive nei campi? Che la metà ha la cittadinanza italiana, quasi tutti iure sanguinis perché in Italia dal 1400, con punte del 90% in Emilia Romagna? Che il 97% dei rom in Italia non è nomade (l’eccezione sono i circensi)? Ce lo ricorda l’intervista doppia realizzata da Er Piotta e Elio Germano. È stata realizzata per la campagna di raccolta firme “Accogliamoci” (www.accogliamoci.it), per promuovere due delibere di iniziativa popolare a Roma per il superamento definitivo dei campi nomadi e la riforma dei centri di accoglienza per richiedenti asilo politico. Questa iniziativa è portata avanti da Radicali Roma, Arci, Asgi, Associazione 21 luglio, A buon diritto, Cir, È possibile, Un ponte per, ZaLab; tra i politici che hanno sottoscritto la proposta, i deputati Khalid Chaouki e Pippo Civati ed Emma Bonino. Sì, perché decenni di vulgate stereotipate e semplificatorie hanno prodotto, in buona o cattiva fede, interventi sbagliati. Come quella dei campi “nomadi”: sono una scelta di politica abitativa delle città italiane, non c’entrano nulla con una presunta cultura rom. «Enclave di segregazione» è la definizione usata dall’Onu per criticare questi luoghi del disagio con il timbro delle autorità.

Negli anni ’50 e ’60, quando a Roma c’erano le baracche raccontate da Pasolini, quasi tutti gli ospiti dell’allora carcere minorile venivano da lì. La storia di quelle periferie insegna che integrazione, scuola (il 60% dei rom è minorenne), lavoro, casa sono l’unico modo per ridurre la microcriminalità. La condizione dei rom è un problema europeo, non solo italiano, ma l’Unione lo ha capito. Nel 2011 ha delineato quattro assi portanti e relativi fondi di finanziamento: inserimento nel mondo del lavoro, politica di alloggi, accesso alle cure e all’istruzione. Alcuni Stati ci stanno provando:

a Madrid, dove vivevano 70mila rom (in una sola città quasi la metà di quelli in tutta Italia) di cui 12mila nei campi, nel 2011 il Comune ha deciso di chiudere i campi e di investire sulla scuola. Finora sono stati chiusi 110 insediamenti e 9mila persone hanno avuto accesso ad alloggi e a percorsi di integrazione; l’obiettivo è chiudere definitivamente tutti i campi entro il 2017.

In Italia, la Strategia Nazionale voluta nel 2012 dal ministro Riccardi aveva indicato la strada suggerita dall’Europa. E invece, nelle grandi città italiane, si continua a spendere milioni di euro per finanziare i campi “nomadi” per famiglie che non sono più nomadi da decenni.

Uno dei simboli è La Barbuta, che a Roma è stato il centro del Piano nomadi del ministro dell’Interno della Lega Nord Roberto Maroni. Per costruirlo, a disposizione dell’allora sindaco Alemanno vennero messi 30 milioni di euro. Era l’idea di mandare i rom fuori dal Raccordo anulare: eppure l’isolamento aumenta la marginalità. A Milano, invece, quando Matteo Salvini governava con la Giunta Moratti (2006-11), continuava a ripetere «Ruspa!», perché – diceva – se sono “nomadi” bisogna farli circolare (peccato che non lo fossero). Gli sgomberi furono più di 500, costarono milioni di euro di soldi pubblici, non risolsero il problema (lo spostavano di pochi chilometri in un “gioco dell’oca” tra le periferie della città). Bambini come Cristina, 9 anni, vennero sgomberati venti volte in un anno, mentre altri, come Samuel, furono costretti a cambiare otto scuole. Se non sono nomadi, perché vengono sempre etichettati come nomadi? Anche gli afroamericani evocati da Bernard Shaw erano capaci di altre professioni oltre a quella di lustrascarpe…

Una delle ragioni dell’odio nei confronti di rom e sinti è la loro presunta non integrabilità. Il nomadismo calza bene con questo concetto: non sono legati al territorio, quindi sono asociali. “Asociali” li chiamavano anche i nazifascisti che giustificarono il loro internamento e sterminio sostenendo che possedevano il gene del Wandertrieb, “l’istinto al nomadismo”. Abbiamo iniziato parlando di “negri lustrascarpe”, giudici svizzeri e criminali italiani poi divenuti gelatai, borgatari romani. Er Piotta ed Elio Germano ci hanno ricordato che quelli che noi etichettiamo come “zingari” sono solo una minoranza dei rom e sinti presenti in Italia. Poi siamo passati alla vulgata dei “chiamati nomadi anche se non più nomadi da generazioni” e alle politiche sbagliate attuate in base a questo pregiudizio. L’Uomo Nero è una nostra invenzione, magari alimentata da qualcuno interessato per altri fini. Al contrario, gli appartenenti a questo popolo sono belli e brutti, intelligenti e stupidi, modesti e arrivisti, sinceri e falsi, aperti e chiusi come tutti noi, come i nostri parenti e i nostri vicini di casa.

 

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