stragi di cristiani e non solo … i ‘martiri della croce’ (V: Mancuso)

 

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strage jihadista in Kenya

oltre 70 morti e oltre 500 studenti cristiani presi in ostaggio dai seguaci di Al Qaeda somali

Lucandrea Massaro
Nuovo drammatico massacro di studenti cristiani, questa volta accade all’Università di Garissa in Kenya. A compierlo un commando delle milizie fondamentaliste somale degli Shabaab che è penetrato nel campus alle 5,30 del mattino, ha ucciso due guardie di sorveglianza e si è diretto verso i dormitori, armato di mitra. Sono già almeno 18 i morti, tra i quali due ufficiali di polizia e oltre 60 i feriti. Le forze dell’ordine hanno ingaggiato una battaglia con gli assalitori per cercare di liberare gli studenti.
Liberi gli studenti islamici, altri 535 in ostaggio
Un portavoce del gruppo islamista somalo ha confermato che sono stati presi studenti in ostaggio che sono stati divisi tra musulmani e non musulmani. E che 15 ostaggi islamici sono stati liberati. Circa 60 persone sono state ferite. Non si hanno al momento notizie di oltre 500 studenti. Secondo il ministro degli Interni keniano, Joseph Nkaissery, di 815 studenti, ne mancherebbero per ora all’appello esattamente 535 (Il Messaggero, 2 aprile).

I martiri della croce

 

di Vito Mancuso

in “la Repubblica” del 3 aprile 2015

Ci fu un tempo in cui essere cristiani significava stare dalla parte dei vincitori e dei dominatori del mondo. Era l’epoca in cui la croce campeggiava quale emblema di potenza alla testa degli eserciti e delle flotte, e veniva scelta dagli Stati quale simbolo privilegiato per le loro bandiere (per esempio quella inglese e quelle scandinave) e dalle città per i loro stemmi (per esempio Milano, Bologna, Genova). La croce incuteva timore, era il simbolo di un Occidente dominante e signore, che oltre a conquistare il mondo economicamente e militarmente ambiva a farlo suo religiosamente. Durante quei secoli, che grossomodo possono essere collocati dall’inizio delle scoperte geografiche nel 1492 alla fine del colonialismo tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, essere cristiani al di fuori dell’Occidente generalmente non comportava pericoli, anzi significava godere di una qualche recondita posizione di privilegio assegnata istintivamente dalle popolazioni alla religione dei vincitori.

Da qualche anno la situazione è completamente mutata: oggi in molte parti del mondo essere cristiani significa rischiare concretamente e quotidianamente la vita. Si può dire che per il cristianesimo stia tornando il tempo delle sue origini, quei primi tre secoli nei quali la fede cristiana veniva spesso perseguitata dal potere, a partire da Nerone che scaricò sui cristiani la responsabilità dell’incendio di Roma, fino alle estese persecuzioni di Decio, Valeriano e Domiziano.

Si attaccano i luoghi più vulnerabili: le chiese, le scuole. Ieri in un college della città di Garissa nel nord del Kenya si è avuta l’ennesima strage di innocenti a opera di un gruppo terrorista di matrice islamica legato ad Al Qaeda. Quello che colpisce è che secondo il portavoce dei terroristi gli ostaggi siano stati selezionati in base alla religione: rilasciati i musulmani, trattenuti i cristiani. Ma si tratta solo dell’ultimo episodio. Non passa settimana infatti in cui in Africa o in Asia non si segnali un grave episodio di intolleranza verso i cristiani, spesso sfociato nella violenza assassina. Per quanto concerne la dimensione quantitativa del fenomeno è difficile giungere a una stima certa, perché le diverse organizzazioni producono cifre non omogenee. In una lettera della Santa Sede alle Nazioni Unite datata 27 maggio 2013 si afferma che sono oltre centomila all’anno i cristiani uccisi per un legame più o meno diretto con la loro fede: il che, se risultasse fondato, significherebbe la media shock di 274 persone ogni giorno! Ma al di là delle cifre, i continui episodi di violenza di cui sono oggetto i cristiani sono sotto gli occhi di tutti: ora in Kenya, pochi giorni fa in Libia, in Siria, in Iraq, in Egitto, in Pakistan… Credo che si possano distinguere tre diverse forme di persecuzioni a seconda delle differenti aree geopolitiche: 1) il terrorismo dell’estremismo islamico legato ad Al Qaeda, all’Is, a Boko Haram o ad altre sigle di questo genere; 2) la repressione pianificata da parte degli Stati centrali, come avveniva fino a pochi anni fa nei regimi comunisti europei; 3) una più sottile forma di discriminazione statale, in sé generalmente non violenta ma tale da coprire o persino indurre alla violenza.

Al primo gruppo appartengono gli episodi maggiormente all’onore della cronaca: il Kenya, la fredda esecuzione mediante sgozzamento dei 21 cristiani copti sulle rive libiche del Mediterraneo, la persecuzione dei cristiani in Egitto, le stragi in Nigeria, i missionari uccisi e le missionarie anche violentate. Al secondo gruppo appartengono Stati in cui la libertà religiosa è spesso violata per la natura stessa della loro costituzione: mi riferisco in particolare all’Arabia Saudita, all’Iran, alla Corea del Nord. Vi è infine il terzo gruppo di Stati che di per sé sulla carta garantiscono la libertà religiosa, ma che ciononostante spesso mettono in atto politiche preoccupanti sotto il profilo della libertà religiosa tali da incoraggiare anche l’intolleranza violenta, mi riferisco in particolare alla

Cina e all’India. In quest’ultimo Stato, come riporta il sito Vatican Insider citando l’All India Christian Council, nei primi 300 giorni del governo Modi si conterebbero 600 episodi di intolleranza religiosa. Persino la patria del pluralismo religioso oggi produce persecuzione anti- cristiana. Perché? Come spiegare questa infuocata ventata anticristiana oggi nel mondo?

Eccoci alla principale questione critica formulabile in questo modo: chi attacca e uccide i cristiani intende colpire la religione di Gesù oppure la religione dell’Occidente? Non ci sono risposte facili, e io certo non ne ho. È vero che il terrorismo jihadista odia qualsiasi fede che non sia la sua: gli attacchi alle moschee “avversarie” in Iraq ne sono una tragica dimostrazione. Ma è indubbio che oggi punti ad un salto di qualità, parla sempre più spesso alla lotta contro i “crociati occidentali”, annuncia di voler colpire Roma, identificata nella cupola del Vaticano. Queste funeste grida di guerra aumentano il pericolo delle comunità cristiane sparse nel mondo, esponendole al rischio di un nuovo, moderno, martirio. E costringendo noi a porci la drammatica domanda: come non lasciarle sole, indifese, davanti ai fanatici assassini.

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